APPARTAMENTO

text by EVA FABBRIS

L’artista vicentino Fabio Sandri presenta nella mostra Appartamento una grande installazione di carta fotografica che riproduce un appartamento in scala 1:1 e una video installazione.
Il medium che permette a Fabio Sandri di far “precipitare” degli spazi vissuti su superfici bidimensionali è il fotogramma, procedimento di scoperta primo-novecentesca che prevede l’uso della carta fotografica a impressione diretta. Per effetto della luce sull’emulsione fotosensibile si crea sul foglio un’impronta di origine assolutamente meccanica e di forte potenza evocativa: una sorta di contro-ombra che coglie e rende per tonalità di grigi le profondità spaziali, riuscendo al tempo stesso a descrivere minuziosamente le superfici degli elementi che connotano uno spazio (ad esempio il disegno delle piastrelle del pavimento).

Con questa modalità Sandri procede a mappare tutti gli ambienti di un’abitazione: ciascuna stanza “fotogrammata” ha mantenuto le sue dimensioni reali, che non coincidono necessariamente con quelle dello spazio espositivo. Questi grandi fogli di carta fotografica, dunque, non occupano solo le pareti della galleria, ma vanno ad ingombrarne anche il pavimento, accentuando così la complessità del rapporto tra lo spazio originario (la casa) e il luogo che ne accoglie il simulacro (la galleria).

La video-installazione Costruzione articola ulteriormente la riflessione sullo spazio edificato e vissuto. La carta fotografica, che qui è vergine, viene sottoposta a un processo di impressione continua, testimoniata dal suo progressivo scurirsi, che si protrarrà per tutto il periodo della mostra. Tale processo, dovuto alla presenza della luce ambientale, è più concentrato e rapido nell’area della carta in cui viene proiettato un video, il cui soggetto è l’atto di murare una finestra. Di nuovo la meccanica bidimensionale del supporto fotosensibile è messa a confronto con - o meglio a disposizione della - volontà di registrare uno spazio e la sua alterazione.

The artist from Vicenza Fabio Sandri displays in the exhibition Appartamento a great set up of photographic paper which reproduces an apartment to the scale of 1: 1 and a video set up.

The photogram is the means which enables Fabio Sandri to “hurl” lived-in spaces on two-dimensional surfaces, a procedure discovered in the early 20th century which anticipates the use of direct imprint photographic paper. The effect of the light on the photosensitive emulsion creates an imprint of purely mechanical origin and strongly evocative power: a sort of counter-shadow which catches and yields the special depths in shades of grey, at the same time succeeding in minutely describing the elements’ surfaces which connote spaces (for example floor tiles design).

With this method Sandri proceeds to map all the interior of a dwelling: each room “photogrammed” has maintained its real dimensions, which do not necessarily coincide with the those of the exhibition space. These great sheets of photographic paper, therefore, do not only occupy the walls of the gallery, but encumber also the floor, thereby accentuating the complexity of the relationship between the original space (the home) and the place which accommodates its simulacra (the gallery).

The video set up Costruzione further articulates the reflection on space built and lived. The photographic paper, which is virgin here, undergoes a course of non-stop printing, witnessed by its progressive darkening, which will continue throughout the whole period of the exhibition. This process, due to the environmental light present, is more rapid and concentrated in that area of the paper on which the video is projected, the subject of which is the act of walling in a window. Again the two-dimensional mechanics of the photosensitive support is compared with – or better put to the inclination of – the will to record a space and its alteration.

FABIO SANDRI: Negativo doppio, Giugno 2005

Il fotogramma conserva sempre un aspetto rudimentale, di artificio minimo dell’immagine, toglie alla fotografia tutto l’illusionismo.
Il fotogramma ci ribadisce che esistono solo la materia e il tempo, addensamenti e rarefazioni che interagendo con la luce creano forme.
Il punto di vista dal pavimento rileva e mostra la presenza delle cose, la loro presenza effettiva vista dalla pianta, dal punto di vista della gravità. Il pavimento è il luogo dove i corpi si riflettono e si depositano, il luogo del peso che si trasforma in immagine.
Il piano del fotogramma è come una sezione che raccoglie le impressioni luminose dei due versanti spaziali nelle direzioni della gravità e verticalità. E’ come una rètina orizzontale che vede da entrambe le parti contemporaneamente, un negativo doppio della verticalità. Un modo possibile per rappresentare la presenza, un modo per toccarla veramente e contemporaneamente farne immagine, teoria, disegno.
Vediamo l’immagine farsi da sola, è solo assistita da noi, ci affidiamo a questa fotochimica.
La sua forza sta nel come se in essa si potesse ritrovare ancora sguardo-volontà, una possibilità costruttiva=grammaticale, dove noi e le nostre cose siamo solo l’occasione..l’uno a uno da cui partire. L’ 1:1 è la dimensione di questo ri-esperire attraverso una visione per quanto possibile ravvicinata, interna, che perde il punto di vista esterno alle cose, una visione senza giudizio che relativizza il perimetro e l’idea delle forme. L’immagine è un residuo, uno scarto automatico, un materiale ri-trovato (in casa, fatto di una luce frugale).
Nella sua oggettività rimane una in-definizione, una materia-umore.
Considero il nero fotografico un derivato storico, una riduzione reduce dalla caduta degli strumenti, dei corpi dei supporti, dei progetti.
Il nero fotografico è malloppo storico, un accumulo, un tono-massa fatto di tempo e memoria, un’immaterialità pesante.
Allo stesso momento è snaturato da tutto, mostra una visione vergine. Mi sembra che possa rappresentare, che costruisca con, attraverso, dopo la frustrazione. La mette in forma concreta.
Non lo considero semplicemente una smaterializzazione, ma al contrario un sostanziare, una “concentrazione”. Un “precipitato” nel senso che viene da una caduta, da una impossibilità o da un senso di insufficienza inevitabile che hanno per me oggi i materiali, gli oggetti, gli strumenti di immagine.
Un accumulo senza spessore e senza superficie.
Le grandi dimensioni (ambientali) portano dentro in una “situazione”, dentro a queste dinamiche, domande, anche fisicamente, si crea un contatto, una presenza effettiva, “paradossalmente scultorea”.
L’uso della fotoimpressione diretta su carta fotografica non è l’ennesima indagine sulla cultura materiale di una scultura “alleggerita”, ma invece, per me, è lo strumento antico e moderno per sostanziare meccanicamente, significare, la concreta precarietà delle forme, come sentimento e prassi contemporanei, la indefinizione delle cose.
Questa meccanica fotografica è uno strumento ancora erede di una certa dialettica tra dati prendibili e imprendibili, spazialità ed esperienza esistenziale, un mezzo che incarna un linguaggio del dubbio, la coscienza che può ritrovarsi- riconoscersi in un rapporto con le cose che è fatto di primarietà e di relatività allo stesso tempo, mediante il primitivo fotografico, il processo minimo.
La povertà del mezzo rende possibile una significativa e nuova rappresentazione delle cose, un rivederle in modo essenziale, rivoltando in qualche modo il punto di vista. La povertà ha pretese di verità e aumenta la portata dell’invenzione.
Mi interessa la facile, essenziale ri-produzione di una storia plastica delle cose. Indicare un possibile sviluppo dello sguardo almeno come volontà, per difetto, mettere in piedi in qualche modo una proposizione: sollevare il precipitato a teoria e visione spaziale fatta di questo materiale di rilevazione ottica-plastica. In un’immagine obiettiva, una evidenza nuova, una “frontalità” della caduta.
Questo fotografico per me è una riduzione che vale, forse riesce ad esserlo, definizione nell’indefinizione.